#andràtuttobene

Erano lì, riuniti insieme fuori dal reparto malattie infettive, proprio davanti ad oncologia, e si guardavano perplessi.

“Certo, diceva il primo, essere ridotti così… dopo anni di serio rispetto”. “Vedi oggi” rispondeva l’altro “non guardano in faccia più a nessuno”.

“Lo so, lo so, sapevo che questo momento sarebbe arrivato ma così.. poi.. per colpa di un pipistrello cinese (che, diciamocelo, si poteva pure prevedere)”

Erano tutti un po’ scoraggiati e tendenti al depresso. Non lo avresti mai detto in altri periodi.

“Si sa, quando prima giravamo noi, incutevamo terrore ma anche, rispetto; incutevamo senso di impotenza e mai, dico mai, venivano presi sottogamba, ma oggi.. è come se non esistessimo”.

Riprese uno con sdegno “eppure in fondo è una influenza un po’ più forte”.

Rispose piccato un altro ” non voglio sentire neanche per un attimo questa scemenza. Le differenze sono evidenti. Questo Coronavirus non ha rispetto delle più basilari regole.. mi ricorda tanto la Spagnola e sappiamo tutti cos aha combinato….Neanche la SARS ha osato tanto.. si… ha mostrato di che pasta era fatta ma è rimasta lì; si è ricavata il suo spazio senza necessità di tutto questo presenzialismo. Del resto è sempre stato un principio seguito da tutti.. alta e violenta letalità.. precisa geolocalizzazione. Guarda Ebola.. un signore.. oppure la febbre emorragica.. mai che si siano spostati.. loro sì che sanno come funziona il mondo. Poi si sa, c’è chi si accontenta di poco e costante.. come te, mia cara rosolia; e chi vuole ampi titoli sui giornali! pensate quanto allarme creava la nostra bella meningite virale per un solo caso. Ora neanche di lei si parla più. C’erano delle regole chiare, oggi niente da fare. A causa di questo Covid – 19 nessuno ci riconosce più, anzi ci scambiano per lui; sai, nel dubbio. Ha la febbre?.. forse è Covid.. non importa che il paziente sia stato in viaggio sul Nilo e lo abbia punto quella meravigliosa zanzara, anzi, dentro di sé i medici dicono ‘diamogli l’antimalarico funziona anche per il Covid – 19’. Povera vecchia malaria come è ridotta!. Non parliamo dell’influenza poi.. è ormai l’ombra di sè stessa, l’ho incontrata ieri attaccata sul bordo di un letto del reparto 9. Voleva buttarsi di sotto, solo un improvviso colpo di tosse in un paziente con doppio tampone covid negativo l’ha fatta desistere. Ha pensato che forse era il suo turno. Povera illusa!, non ha ancora capito che ormai è aprile e che i tamponi diagnostici non sono ancora veramente efficaci. Il morbillo?… Niente, è sparito; non risponde al telefono né ai messaggi, pare che si sia rifugiato prima al Bambin Gesù poi a casa di un NO VAX suo amico. Farneticava che il suo futuro può essere solo lì”.

Pronunciate tali parole, ci fu un attimo di silenzio. Fu allora che prese la parola il temutissimo HIV. Tutti gli altri furono colti da stupore: lui non parlava mai. Si insinuava come sempre nell’intimità di ciascuno ma lo faceva silenziosamente senza clamore, superando le barriere con fare circospetto e pronto a colpire proprio quando la lucidità mancava. “Amici miei, compagni, sono distrutto! non riesco quasi a muovermi!” tratteneva a stento il pianto “si può dire che con questa quarantena, praticamente, non circolo più; poi hanno tutti cominciato ad amare il lattice, guanti e non solo, non vanno più dal dentista, non si operano, non tengono rapporti promiscui, credo sia quasi la fine per me. Mi rimangono solo le trasfusioni ma voi sapete quanto stanno attenti. Credo di essere arrivato praticamente a fine corsa.. si, il Covid mi sta uccidendo.” e inizio a piangere come un bambino, non trovava consolazione…”.

Fu allora che tutti i virus presenti si girarono verso la porta alle loro spalle, ONCOLOGIA c’era scritto. “Potremmo chiedere asilo qui?” disse uno “si!!!”, disse un altro “si sa i tumori non sono come noi ma hanno un’autorità senza pari; sono letali anche più di noi e poi non hanno bisogno di contagio”

Tutti però avevano, stranamente, paura di avvicinarsi a loro; sostanzialmente imbattibili, se non uccidevano lasciavano sempre strascichi incancellabili e non c’era vaccino che poteva reggere il confronto. Potevano loro, virus sulla via del tramonto, essere alla loro altezza?…

Fu la Rabbia, che proprio non ne poteva più , ad agire, da par suo, d’istinto ed a bussare con forza alla porta…

Furono attimi di suspence ed attesa… poi, alla fine, la porta si aprì. Lo sguardo dei virus, colmo di speranza, si infranse però appena capirono.

L’Osteosarcoma ed il COVID erano lì, a braccetto e se la ridevano di gusto…”dai! Covi!” diceva l’Osteosarcoma “non fare così, mi fai morire, domani ci vediamo anche con il carcinoma polmonare e ci facciamo una partita a tre sette con il morto….”.

Fu allora che la Rabbia, con stizza, sbatté la porta richiudendola prima ancora di chiedere asilo. Era furibonda.

Solo in quel momento il saggio Vaiolo, finora in silenzio, disse “fatevi consigliare da chi è più vecchio di voi… rimanete tranquilli.. buoni.. senza fare rumore.. chiusi in casa.. tornerà il nostro momento e saremo vincitori.. fidatevi.. #andrà tutto bene…!”.


EPIDEMIA di Davide Di Giorgio

un racconto del 18/10/2014

 

“Trovo che la situazione sia estremamente grave, in certi limiti irreversibile”, disse il Dott. Franceschi.

“Hai decisamente ragione, il problema ha raggiunto livelli incontrollabili”, rispose preoccupato il Dott. Clever.

Quel giorno il Dott. Franceschi, si era recato in ospedale di buon ora, del resto la situazione era decisamente degenerata negli ultimi tempi. C’era allerta ovunque. In ogni luogo ci si poteva imbattere nel morbo. Bastava girare l’angolo sotto casa e incontrare una persona infetta, peraltro apparentemente asintomatica eppure già potenzialmente contagiosa.

Quel giorno era, tra l’altro, prevista una videoconferenza internazionale per fare il punto della situazione e trarre le necessarie conclusioni, anche per procedere in modo efficace ad una politica di contenimento, forse drastica ed evidentemente residuale, ma assolutamente necessaria dato lo stato delle cose.

Franceschi e Clever si erano incontrati nel corridoio e si erano diretti pensierosi e preoccupati verso la sala riunioni.

“Quante diagnosi, questa notte?” chiese pensieroso il primo.

Il secondo aveva prestato servizio al Pronto Soccorso e ne aveva viste di cotte e di crude, rispose stanco alla domanda: “Solo questa notte, mio caro amico, ho riscontrato più di quaranta casi, quarantasette a dire il vero”.

Quel numero, così elevato, lasciò di stucco il Dott. Franceschi. Di casi ne aveva diagnosticati tanti, ma 47 in una sola notte era a dir poco incredibile. Del resto bastava uscire per le strade per diagnosticare un numero incredibile di malati: spesso è il commesso che parla al telefono e non ci degna di uno sguardo oppure il collega della stanza accanto che parla a voce alta o l’automobilista che comincia a strombazzare, se va bene, a insultarci con gesti ed epiteti irripetibili, se va male.

Riprese, evidentemente stanco, il dott. Clever: “nella stragrande maggioranza dei casi, peraltro, ho riscontrato il connesso effetto collaterale della negazione… il 90% di loro continuava a negare l’evidenza della malattia. E come sai bene, questi sono i casi più pericolosi, diventano iracondi, non trattabili e senz’altro sono i più contagiosi”.

I due medici rimasero per qualche istante senza parole, proseguendo a passo lento verso la sala riunioni. D’improvviso Franceschi si fermò e guardando l’amico gli disse: “non ce la faremo a sconfiggerla… è impossibile, i sintomi sono subdoli, l’insorgenza spesso infantile e soprattutto gli esiti sono nefasti al 95% dei casi… sono anni che combatto senza successo.. non ce la faccio più”.

Lo scoraggiamento era evidente anche se li aveva colpiti a più riprese negli anni, non aveva mai raggiunto questi livelli.

“Sai qual è l’ulteriore problema…? Non è più una malattia da connotati evidenti e distingubili, né tantomeno colpisce esclusivamente le classi sociali più povere e disagiate; l’epidemia si è estesa anche in ambienti in origine immuni, sono convinto che il virus sia decisamente mutato. Ciò che mi preoccupa di più, inoltre, è che anche alla luce degli ultimi studi compiuti che prediligono un approccio multifattoriale alla malattia, si evince che l’eziologia è complessa e fondamentalmente incerta”.

Clever fece una pausa, poi riprese: “mi sono fatto una convinzione… disconoscendo le cause originative, non troveremo mai vaccini efficaci”.

“Sai… combattiamo ogni giorno con malattie violente e mortali, ma nella maggior parte dei casi, anche quando sai che non le sconfiggerai, ci provi, dai una mano, ti senti utile… ma in questo caso….”. Rispose Franceschi.

“Deve esserci una relazione non ben analizzata con le zone cerebrali che attengono al linguaggio… i primi sintomi infatti sono sempre ricollegabili ad una difficoltà relazionale linguistica, che si evidenzia nelle espressioni utilizzate oppure nel tono scelto…”.

“Si posso essere d’accordo, ma il problema è che si diffonde con velocità a tutte le funzioni vitali avendo riflessi su tutti i comportamenti del malato, creando estreme difficoltà relazionali tali da non consentire neanche una piena assistenza per le altre malattie evidenti. Spesso il paziente rifiuta le cure, crede di essere in grado di scieglierle da solo… è incline a volte ad iperattività, a volte ad astenia… di fatto poi quel ghigno sintomatico, spesso correlato a scatti d’ira violenti costituisce il trait d’union tra sospetto e diagnosi. Si, è evidentemente multifattoriale, influenza il linguaggio ma non solo…” Riprese più saggiamente il Franceschi.

“Sai, amico mio, quando mi trovo di fronte ad un paziente sospetto, seguo sempre un personalissimo schema diagnostico recentemente elaborato, basato non tanto sull’anamnesi – lo so ti sembrerà assurdo – ma sulla pratica constatazione. A mio modo di vedere, è infallibile”.

Il Dott. Clever lo guardava sempre più incuriosito.

Franceschi riprese: “Per prima cosa, osservo il contegno del paziente. Indizi sintomatici, infatti, sono evidenti sin dalla postura… come con la polio. Sai non è risolutivo… ma se per esempio un paziente proprio non riesce a tenere le gambe unite… oppure proprio non riesce ad evitare di battere con insistenza il tacco a terra… od ancora non riesce a togliere le mani dalle tasche dei pantaloni, oppure a braccia conserte muove nervosamente l’indice sbattendolo sul gomito, il timore che sia affetto mi conduce ad agire con circospezione. Certo non è infallibile ma è evidentemente meglio che operare una palpazione, od una manovra di Giordano per la funzionalità renale al fine di avere un dato preliminare, non trovi?”

Clever annuiva.

“Sia che questa prima valutazione sia positiva, sia che sia negativa… passo all’analisi della reattività verbale, con semplici sollecitazioni linguistiche comuni, ma senz’altro evocative. Ad esempio… saluto. Buon giorno signore, signora! dico al paziente con animo volutamente formale ma non distaccato. Be… se mi risponde Buon giorno Dottore! accennando anche un sorriso, tiro un sospiro di sollievo, il paziente potrebbe essere indenne … ma se non risponde, alterna il tono linguistico passando ad un colloquiale “ciao” oppure saluta nervosamente, con sufficienza ed a mezza bocca… ci sono decisamente brutte notizie, meglio armarsi di pazienza, stare a distanza. In questi casi, si fa strada in me la paura del contagio.”

Clever rivedeva nei racconti di Franceschi la sua quotidiana esperienza.

“Il peggio poi si intuisce durante l’attività diagnostica vera e propria, il paziente infetto si mostra intollerante alle valutazioni, tenta di sopraffare, di stabilire una forma di controllo, di prevalere sugli altri per ottenere un vantaggio materiale o psicologico che lenisca quel senso di inadeguatezza che inconsapevolmente lo tormenta. Si assiste spesso ad una super affermazione dell’io, con dilatazione delle pupille, arrossamento delle gote, innalzamento pressorio – mai in realtà eccessivo – … sono questi i casi più pericolosi che arrivano all’invettiva, alla minaccia. Nelle ipotesi più evolute si giunge alla prospettazione di una rappresaglia legale od a forme più o meno velate di abuso… mentre in altri casi, a dire il vero di basso livello culturale, l’approccio fisico è predominante. In questo caso il paziente ha bisogno di contenimento, con grave pericolo di contagio per gli operatori sanitari chiamati all’assistenza. La malattia colpisce dunque sia il versante psicologico propriamente detto, sia gli apparati cardiovascolare e scheletrico motorio… a quel punto è evidente che il paziente è affetto! Dalla valutazione poi del quadro clinico generale, e soprattutto dell’età del malato, traggo una conclusione… se il paziente ha più di 20 anni, la patologia è nel 90% dei casi irreversibilmente nefasta… pericolosamente contagiosa. Per l’opportuna salvaguardia della collettività, il soggetto andrebbe isolato per evitare che il virus si trasmetta. E’ evidente, ma credo che sul punto siamo d’accordo, la trasmissione avviene per via aerea, acustica ed emulativa..”.

Il Dott. Clever concordava pienamente sulla ricostruzione.

Appena entrati nella sala riunioni, si sedettero in disparte, erano i primi. In collegamento, sul video, erano già presenti i rappresentanti internazionali. Con quindici minuti di ritardo arrivò il Direttore dell’Unità di Crisi chiamata ad affrontare l’epidemia. Appena entrato nella sala, si sedette immediatamente.

Prese la parola: “Allora, cosa cavolo dobbiamo fare con questa assurda epidemia?”

Tutti i presenti cercavano a loro modo di dare proporre una soluzione… “i numeri sono enormi… ma se li gestiamo in centri adeguati..” oppure “c’è un farmaco promettente a base di ampicillina, fosforo, elettroliti e camomilla, che potremmo testare su volontari obbligati” ed ancora “potremmo evacuare tutti i sani in Madagascar!.. potremmo far ripartire la civiltà direttamente da lì”.

Quest’ultima proposta, che in fondo non era poi così male, scatenò il Direttore.

Non riusciva a fermare le gambe, le pupille si ingrandirono a dismisura e fu così che, apparentemente calmo, disse: “Non capite assolutamente nulla, mi stupisco che siate seduti a questo tavolo. La vostra capacità medica è inaccettabile ed io che vi sto anche ad ascoltare, ignoranti e fannulloni che non siete altro. L’eccellenza italiana ed estera…. voi dovreste essere il meglio che il mondo ha da offrire!!”. Fu così che, d’impeto, sbatté la mano sul tavolo ed il bicchiere d’acqua accanto a lui cadde a terra riversando il liquido sul parquet della sala riunioni. il Direttore allora, lanciando un fazzoletto, urlò: “Franceschi pulisci a terra! Subito!” Il silenzio era inaccettabile… erano tutti medici affermati, in effetti, ed avevano capito il morbo era ormai anche tra di loro, si proprio lui, il temibile Virus della Maleducazione, li aveva decisamente circondati. Anche il Direttore ne era stato colpito. Si sforzarono di non reagire, per evitare il diffondersi del contagio.

L’umanità era chiaramente persa ma una cura era forse ancora possibile?

Clever guardò Franceschi e, con occhi pieni di speranza, gli disse: “hai ragione tu!.. in effetti il Direttore non ha neanche detto Buongiorno!”.


#ascoltandoipocondria

Si svegliò quella mattina.. aveva capito subito che qualcosa non andava bene.. si sentiva strano. Il mal di testa era fortissimo, era confuso. Non aveva mai provato una simile sensazione. Si, era come se gli mancasse l’aria. Anzi.. gli mancava l’aria. Spalancò gli occhi, perché un pensiero gli era immediatamente entrato in mente. Cercava di scacciarlo ma proprio a quel punto, un colpo di tosse lo allarmò senza via d’uscita. Cercò di alzarsi dal letto ma proprio non ce la faceva.. “Anche l’astenia” pensò. Prese il termometro che aveva sempre con sé sul comodino.. lo mise.. quei minuti furono terribili.. una goccia di sudore solcava la sua fronte … il verdetto era chiaro.. 37,5.. “non era tanto” pensò.. colpo di tosse e brivido… “ma dai, non ti suggestionare..” si disse.. “ma quel dolore al petto.. proprio sui polmoni..” pensò. La pressione era bassa, troppo bassa…. “avessi un saturimetro – pensò – per misurare il livello di ossigeno nel sangue avrei almeno la prova definitiva”… ma niente. Non lo aveva. Non gli rimase che chiamare il 112, si, era la cosa da fare. Al riferire i sintomi, capì che dall’altra parte c’era apprensione. Per tre volte gli chiesero, ma è sicuro? le manca l’aria?.. si.. ed ha febbre?.. si.. ma la tosse?.. un ulteriore colpo diede loro la risposta.. “allora” disse l’operatore ” si metta una mascherina, si chiuda in camera ed apra le finestre, la veniamo a prendere”… Che momenti terribili… si sentiva spacciato.. ogni respiro era sempre più difficile.. ma stranamente nel silenzio sentì un’ambulanza che nelle strade vuote arrivava di gran carriera. Lo caricarono con tutte le precauzioni del caso e lo portarono via dentro un tubo di plastica, che gli ricordava gli scivoli dell’acquapark, fino all’ospedale. Lì, in isolamento, lo trattarono con la massima cura… lastra, anamnesi, tac e prelievo del sangue. Dopo un po’ di tempo – infinito gli parve – arrivò un dottore, stranamente senza mascherina. Il nostro paziente era perplesso. “Le devo dare una brutta notizia” disse il dottore… si sentì morire.. il dottore continuò “lei ha un infarto in corso”….

Sentì i muscoli distendersi e fu proprio allora che finalmente si rilassò. Grato e sorridente disse: “grazie dottore, pensavo fosse COVID”.. “l’ho proprio scampata bella”…

senti ipocondria di Giancane


#ascoltandonottid’oriente

Il Cammello ondeggiava come se fosse in mare.. le dune, nelle notti di luna piena, proiettavano le loro ombre di fronte ai suoi occhi. Il silenzio veniva rotto soltanto dal fruscio di uno sporadico colpo di vento, venuto da chissà dove e, dal Cammello, che sbuffava intuendo che la meta era lontana. Il freddo della notte penetrava nelle ossa come l’arsura del giorno le bruciava. Era così, in Oriente.. non c’erano sensazioni “medie”, tutto era dotato di una sua particolare potenza. Il freddo, il caldo, l’odio e, si, anche, l’amore. Ed anche lui, che pure era sempre stato equilibrato, aveva finito per abbracciare quella passione indomita; questa lo aveva condotto, con la guida di un cielo impossibilmente stellato, a seguire quel sentiero fatto di sabbia, oasi e miraggi. Era quasi arrivato a destinazione? Quelle luci laggiù indicavano la fine del suo viaggio? si chiedeva.. o forse era un miraggio?.. un altro ancora.. e anche se fosse? Lui amava i miraggi. Ed è così che continuava, felice, ad andare….

senti notti d’oriente


#ascoltandorememberthename

Lavorava con coraggio.. contro i suoi limiti, contro la sue paure. Aveva pensato mille volte di cambiare vita. Alla fine ci aveva pensato lei a cambiarlo. Giorno dopo giorno vedeva cadere le persone intorno a sé; capiva che era questione di tempo.. che – contro ogni pronostico – anche lui poteva cadere o forse no… Ormai non dava nulla per scontato, si affidava agli eventi, al continuo involontario fluire. Non c’era più rabbia, non c’era più voglia di arrivare..solo voglia di resistere e determinazione si, quella non mancava. Godeva di quegli atti di strana lucidità in cui, malgrado tutto, si rendeva conto che intorno a sé nulla si fermava e tutto continuava ad andare: il sole, il vento, il silenzioso – così appariva – canto degli uccelli… Ed è proprio allora che ricominciava con più forza e vigore convinto, proprio in quell’istante, di potercela fare.

 senti remember the name

#ascoltandothunderstruck

Lo inseguivano.. li sentiva alle sue spalle ma continuava a correre. I passi dietro di lui sembravano sempre più vicini. Non aveva modo di voltare la testa e controllare.. non c’era tempo. Correva. Sentiva i suoi muscoli contrarsi nello sforzo, i suoi occhi scrutavano la traiettoria più opportuna da seguire. Il cielo era grigio e non c’erano riflessi che lo potessero indurre in errore. Non era necessariamente il percorso più facile quello da seguire per seminarli. Un passo, poi un altro ancora.. ora un salto.. Qualcuno degli inseguitori era caduto. lo aveva capito dal quel rumore sordo, ma gli altri erano ancora in piedi e si incitavano a vicenda. Il battito del cuore si alternava alla spinta dei piedi. una curva, un’altra ancora.. no.. non non l’avrebbero preso. Avrebbe venduto fino in fondo cara la pelle. Si ricordò quello che in fondo aveva sempre tenuto a mente.. la corsa è la miglior difesa… minuto dopo minuto superava i suoi limiti.. non poteva chiedere aiuto a nessuno. Arrivato alla fine del parco.. accelerò.. ora o mai più.. si disse. Un tuono confermò, nel suo cuore, che la scelta era giusta…senti thunderstruck..


#ascoltandosummertime

Dal portico, nell’aria calda dell’estate, Jimmy guardava i campi di cotone e i “negri” piegati a lavorare.. il canto delle cicale era fortissimo. Il papà e la mamma lo portavano sempre lì d’estate. A lui piaceva, salvo il pomeriggio presto, quando lo obbligavano all’ombra del portico… “stai all’ombra, altrimenti ti brucerai” gli dicevano “hai la pelle chiara”. Ed allora Jimmy, bambino, desiderava essere un “negro”.. avrebbe potuto così correre sui campi anche a quell’ora. Non si sarebbe sentito più prigioniero in quell’afoso portico in cui non c’era spazio per i suoi giochi e dal quale proprio non poteva muoversi… #ascoltandosummertime

https://youtu.be/u2bigf337aU

 


Er. To. pubblica “Nobiltà illuminata” di Davide Di Giorgio

Cercava vanamente di ritrovare il suo percorso. Il tempo gli si era mostrato nefasto. Il principe Karl Heinrich Bernard Von Altemburg, così si chiamava, capiva solo ora quanto fosse arduo raggiungere la propria meta: ostacoli imprevisti, insidie ben nascoste anche negli ambienti più familiari.

Era cominciato tutto la sera di una giornata come tante altre, nel suo lussuoso castello, esempio prestigioso di un illustre lignaggio familiare. D’improvviso aveva compreso i rischi del suo itinerante muoversi tra gli spazi, uno dopo l’altro, ambiente dopo ambiente.

Inutili erano stati i consigli degli amici.. le voci che sempre gli avevano detto di aver un po’ più di giudizio.. di non passare le giornate tra feste e festini rievocando la vita di Corte. Lui no! Non aveva dato ascolto a nessuno ed ora si trovava lì, in difficoltà.

Il suo incedere era come una sequenza di passi in montagna, dove è rischioso a morte il margine di errore. Non poteva chiedere aiuto e, del resto, nessuno lo avrebbe sentito.

Quel giorno si era addormentato, dopo un a tisana al cardamomo con il fedele amico Conte Francois Auguste de La Lune, nella sala dei ricevimenti posta a pian terreno. Saranno state le cinque del pomeriggio più o meno.

Quando si era svegliato, Francois era andato via ed il rintocco dello straordinario e precisissimo orologio meccanico attribuito a Giovanni de’ Dondi segnava le 23:00… era troppo tardi oramai.

La casa era totalmente buia e neanche un barlume filtrava dalle altissime vetrate gotiche decorate con perizia dai maestri di Chartres. Il cielo, notturno, era coperto.

Il Principe Karl avrebbe desiderato come sempre raggiungere il suo letto a Baldacchino con lenzuola di Fiandra posto all’ultimo piano della torre padronale. Amava svegliarsi lì per dominare con lo sguardo i sudditi di un tempo.

La scala che lo avrebbe condotto alla stanza torre non era distante, eppure il crudele impatto della tibia sinistra contro il tavolino in cristallo di Langenau, posto a lato della sala dei ricevimenti accese subito la sua preoccupazione.

Non perse il suo nobile animo e passo dopo passo si avvicinò al tavolo dei ricevimenti, intarsiato magistralmente da ebanisti mediorientali. Il tavolo, infatti, doveva essere non molto distante dal canapè coloniale proveniente da Nuova Delhi su cui si era improvvidamente assopito.

Non considerò tuttavia il tappeto persiano, regalo dello Scià di Persia per le nozze della sua amata nonna la Regina e, inciampatovi, cadde a terra avvertendo immediatamente un forte dolore all’altezza del costato.

Nel cadere, infatti, aveva urtato il tavolo in questione rivelatosi più vicino del previsto. “Per fortuna non ho colpito il vaso della dinastia Ming e l’anfora Romana posti proprio lì a fianco” pensò mentre un chiaro rumore di vasi in frantumi dimostrò che la sua supposizione era errata.

C’era poco da fare, in quegli ambienti proprio non si vedeva nulla.

Continuò con superiorità, tuttavia, il suo percorso verso la camera da letto. Claudicante mosse altri due, tre passi incerti, conscio che il pericolo maggiore doveva essere passato ma… proprio in quel momento scoprì che l’amico Conte Francois Auguste de La Lune aveva lasciato il trono appartenuto a Luigi XIV “quello originale non la copia di Versailles” proprio tra il tavolo e le scale, inevitabile l’impatto con scurrile esclamazione di nobile disappunto.

Nonostante ciò riuscì ad arrivare alla porta e convinto che nulla più lo avrebbe separato dall’amato riposo, di passo in passo sempre più sicuro di sé cominciò la sua ascesa trionfante.

Contro ogni plausibile previsione, tuttavia, gli fu fatale l’esausta torcia quattrocentesca posta in diagonale dietro lo stendardo di famiglia a metà della scala… Cadde rovinosamente sbattendo le tempie, senza rimedio, sui gradini di pregiato marmo di Carrara, della scala elicoidale costruita su progetto di Leonardo Da Vinci.

Morì praticamente sul colpo. Nel momento del trapassò tuttavia esclamò “Vedo la luce!”.

I giornali del mattino seguente, alla sezione necrologi, titolarono: “Si è spento l’illuminato principe Karl Heinrich Bernard Von Altemburg. Da tempo caduto in disgrazia, non pagava più le bollette. Lascia creditori insoddisfatti e un castello pignorato”.


Er. To. pubblica “Si Sta” di Davide Di Giorgio

Aveva avuto una carriera brillante, i suoi versi lo avevano imposto sul panorama internazionale come voce acuta e profonda sia per la scelta ermetica delle parole, sia per il puntale sguardo alla dimensione più intima della Società. Era indiscutibilmente un innovativo e meraviglioso genio poetico. Non stupì che proprio nell’anno del capolavoro della maturità gli fosse tributato addirittura il premio Nobel per la letteratura. La raccolta aveva un titolo evocativo “Ho visto cose che voi umani” e, in effetti, il poeta affrontava temi importantissimi, con lo sguardo di chi riesce ad andare oltre l’apparenza delle cose, in profondità come nessun altro.

In particolare il suo componimento più famoso coglieva, a parere unanime dei critici, gli aspetti più intimisti della società. Infatti, vi era chi leggeva in quei versi l’immobilismo tipico della contemporaneità culturale, nonché l’impossibilità di porsi in dialettica con la forza della natura. E non mancava chi, d’altro canto, vi vedeva una capacità nuova di guardare con attenzione agli aspetti più scabrosi dell’essere in una dimensione urbana. C’era dell’ermetismo ma, al tempo stesso, un’apparentemente incompatibile ispirazione futurista nelle sue parole. Innegabile era un invito paradossale al cambiamento, al movimento, allo spostamento verso qualcosa o forse verso un luogo migliore. C’era tanto da dire sulla sua personalità eppure le parole non bastavano o, in rapporto a quelle da lui scelte nei suoi poemi, apparivano incapaci di una descrizione compiuta.

E’ evidente, era un genio.

Il giorno del conferimento del Nobel, tutti aspettavano la lettura del suo poema più famoso. Il poeta non deluse le attese. Salì sul palco, con il suo fare elegante, ringraziò per l’onore tributatogli e, con aria assorta e concentrata, prese la parola mostrando a tutti la sua arte. Recitò il componimento che tutti si aspettavano.

“Si sta fermi,

come macchine

sul Raccordo

quando piove.”

L’applauso non partì immediatamente, la commozione era troppa.


Er. To. Vs L’Editore zen

Era lì, seduto davanti al suo Editore, che lo guardava con fare interrogativo. C’era silenzio nella grande stanza arredata in stile essenziale, moderno. Unico vezzo, un giardino zen in miniatura poggiato proprio al centro della scrivania. Seduto sulla poltrona di pelle ocra di fronte al tavolo, lo sguardo del giovane Scrittore non poteva che dividersi tra gli occhi glaciali dell’Editore e quella sabbia sapientemente distribuita tra i piccoli sassi.
D’improvviso lo Scrittore ebbe un’idea: rovesciare la sabbia sull’uomo che aveva di fronte per vedere se in quel modo sarebbe stato in grado di smuovere una sua qualche emozione. Una volta lo aveva visto sorridere, o meglio sogghignare, quando gli avevano comunicato i dati di distribuzione della sua prima raccolta. “Caspita” pensò in quell’occasione l’Editore “con questo ragazzo raggiungeremo grandi traguardi!”. Da quel giorno molte cose erano cambiate ed oggi, sembrava la resa dei conti.
«Vede» disse lo Scrittore, rompendo gli indugi «credo che trattare dei tumulti esistenziali di un povero impiegato alle prese con la sua quotidianità, possa far muovere qualcosa nel lettore, magari condendo il tutto con minimo di parodia».
L’Editore sbuffò.
Lo Scrittore riprese «pensi… nell’odierno contesto sociale, il lavoro è prezioso ed a volte le persone che hanno la fortuna di occupare posti di potere non sembrano rendersene conto. Io credo che focalizzare la propria attenzione sugli sprechi giornalieri, le miserie degli ambienti lavorativi possa avere un effetto catartico su tutti quanti ogni giorno fanno andare avanti il paese».
L’Editore bofonchiò.
«Badi bene» riprese il giovane «può sembrare noioso ma le assicuro che c’è azione, movimento, brio. Insomma il personaggio è articolato, complesso ma in fondo somiglia a molti di noi; fa parte del patrimonio comune, ci si può rispecchiare; anzi, credo che possa aprire gli occhi, risvegliare gli animi, dare un impulso positivo alle giornate quotidiane».
L’Editore non sembrava essere convinto da quel ragionamento, lo Scrittore riprese.
«Se parliamo dell’episodio della riunione con i Direttori, ad esempio, non lo trova esilarante?… Il nostro personaggio riesce ad accaparrare tutta l’attenzione ma, in verità, non dice nulla; riceve i complimenti per la profondità delle parole pronunciate, ma onestamente è totalmente vuoto di contenuti; ed ancora, quando si trova a decidere di questioni milionarie al posto del Direttore Generale? C’è dell’irrazionale… ma a me sembra comunque avvincente».
Lo Scrittore era perplesso. Quando aveva pubblicato la sua prima ed unica raccolta di racconti, l’incontro era stato assolutamente diverso. L’Editore, circondato dai suoi collaboratori, lo aveva riempito di complimenti, «ma che originalità!, che stile, lascialo dire a me che ho esperienza, tu hai un grande talento. Questi tuoi racconti colpiscono dritti al cuore, sono commoventi, denotano spiccata sensibilità. Li pubblichiamo e diamo la massima pubblicità all’evento, sono convinto che raggiungerai immediatamente il top delle classifiche di vendita». Per convincerli, gli era bastato sussurrare con voce tremante: « questi racconti narrano la storia di una giovane e scultorea ballerina che viene iscritta, contro la sua volontà, ad un concorso televisivo per diventare famosa…». Non aveva detto altro. La narrazione per lui era profondamente ironica e parodiava la società quotidiana fatta di veline e di donne – oggetto. L’Editore la inserì nella collana per adolescenti “Voglia di arrivare in alto”, genere: “azione sentimentale”. Un giorno fu recapitata alla casa editrice una lettera per lo Scrittore, era firmata da una quattordicenne, c’era scritto: “Sto libro spacca, non ho capito tutto ma ho capito a ke serve imparà a leggere, m’hai cambiato il modo de vedè la vita; da domani giù a ballà in palestra e a cercasse un produttore che te spigne. Scialla fratè!».
Quel giorno lo Scrittore comprese che, forse, non era stato chiaro abbastanza e che la troppo incisiva revisione di bozze poteva aver portato ad una mistificazione del significato. Questa volta, però, era convinto che nulla poteva falsare il messaggio. “Ironia sì, ma chiarezza concettuale” aveva pensato.
L’Editore però non sembrava interessato, l’autore non voleva darsi per vinto.
«Vede, capisco che il tema in sé non sembra appassionare ma c’è del grottesco, del surreale. Trovo che questi aspetti siano al passo con i tempi. Insomma, non è fantascientifico ma c’è del quotidiano intrigo che può senz’altro stimolare la fantasia, funzionare da propulsore creativo per il lettore che può vedere il nostro personaggio come il proprio compagno di stanza…».
L’Editore scuoteva mestamente la testa.
« Io sono profondamente convinto che la scrittura debba trasmettere qualcosa e credo che in questi racconti ci sia una visione moderna, dissacrante, ma al tempo stesso importante» continuò senza alzare lo sguardo ormai fisso sul giardino zen «e poi tutti i trucchi più bassi utilizzati in ambiente lavorativo vengono descritti nei minimi dettagli. Qualunque lettore, in metropolitana per raggiunger il posto di lavoro, potrebbe accennare un sorriso nel vederli lì, dipinti nero su bianco».
Fu allora che successe qualcosa di imprevisto, l’Editore sobbalzò e prese la parola: «Aspetta un attimo, tu ovviamente vorresti pubblicare questa opera, che è evidentemente di grande interesse, come raccolta di racconti, legati necessariamente tra di loro da un filo conduttore?».
«Si, certo, ma allora le interessa?» stupito lo Scrittore.
«Ma come potevi dubitarne, non si vedeva sin dall’inizio?», assertivo l’Editore «ma dimmi, descrivi proprio tutti i trucchi e trucchetti vari?».
«Beh, si, il nostro personaggio è vittima di angherie di ogni genere e prevaricazioni sottili e smaccate…», rispose il giovane.
«Quindi i lettori potrebbero trarne spunto?».
«In che senso?» perplesso lo Scrittore.
«Lascia stare… se sono racconti, possono essere letti anche in metropolitana come hai detto prima. Ma dimmi, riusciamo a fare in modo che il tempo di lettura media di di ognuno di essi sia tra i 15 e i 20 minuti, in modo da coprire il tempo impiegato in metro dalla Stazione di Eur Magliana a quella di Termini?», incalzante l’Editore.
«Forse andranno un po’ ritoccati, ma credo di sì…»
«Perfetto!!!, allora ci siamo. Li pubblichiamo senza dubbio. Sai quanti pendolari prendono la metro ogni giorno per andare a lavoro? Sai quanti di loro vogliono conoscere trucchetti per cavarsela a lavoro con il minor sforzo? E’ un pubblico vastissimo da raggiungere e conquistare! Mi avevi quasi preoccupato con i tuoi discorsi iniziali, adesso ho capito tutto. Sarà un grande successo. Lo inseriamo nella collana “Metodi di sopravvivenza. Come farla franca nella vita”, genere “lavoro, hobby e tempo libero”. Chiamo i collaboratori, così festeggiamo!… ma che originalità!, che maturità, che stile, lascialo dire a me che ho esperienza, tu hai un grande talento!».